Quel febbraio di fine Anni Ottanta aspettavo un dono che non sarebbe mai arrivato.
Era un febbraio freddo, come si usava prima del cambiamento climatico.
Ero seduto nella stanza che mi era stata assegnata al Comune di Verona, dove collaboravo con l’Ufficio Stampa, come libero professionista.
Quel giorno di febbraio coincideva con il mio compleanno. Da Michela mi aspettavo una telefonata.
Mi stava sempre appiccicata – con i suoi occhi neri, da giovane donna pugliese, e i capelli corvini – al corso di giornalismo, che frequentavo nel weekend.
Niente. Nessuno squillo. Il silenzio assoluto.
Non c’erano le email e whatsapp, gli Sms e le chat online, a quel tempo. O ti arrivava un regalo per posta; oppure ti arrivava una telefonata sull’apparecchio di casa piuttosto che in ufficio.
Uscii nel freddo veronese, ignorando l’Arena alla mia destra, che erano le 19 passate.
Mi fermai al Brek – un ristorante self-service, mica male – dove intravidi l’attore Nino Manfredi, che era seduto al tavolo, a cenare con la figlia.
Eravamo in Piazza Bra, il salotto di Verona. Poteva permettersi un ristorante stellato, il Manfredi. Era invece in un normale self-service, come me che non avevo il conto in banca pingue come lui.
Mi guardai bene dal rompergli le balle per avere un autografo. Avevo con me una macchina fotografica, di quelle con pellicola. Tuttavia, allora non si usava farsi le foto.
Michela non aveva chiamato. Altre storie erano alle spalle. I castelli d’amore bruciavano dietro di me, come è solito fare il passato, quando una storia finisce.
“È il mio compleanno. È un giorno ingrato”, mi dissi, masticando una fettina di carne abbrustolita sulla piastra. Al Brek si mangiava bene, per essere un self-service.
Mi consolò il pensiero che mia madre, alle 7 del mattino, mi aveva buttato giù dal letto. Era solita farmi gli auguri all’ora esatta in cui ero nato.
Ogni anno, lo stesso rito, che mi riempiva di gioia; anche se non lo volevo ammettere.
Quando la sorpresa arriva dalla parte imprevista
Tutto mi sarei aspettato, tranne che vederla entrare dalla porta secondaria del Brek.
Stavo sorseggiando un bicchiere di rosso Valpolicella, a fine pasto. Nino Manfredi se ne era andato. Ed ero solo nella sala ristorante, prima che l’ambiente si riempisse di tedeschi in gita a Verona.
“Bionda senza averne l’aria, quasi triste come i fiori e l’erba di scarpata ferroviaria”, cantava un tempo Francesco Guccini, nella canzone Autogrill.
A quel tempo la canzone non era ancora stata incisa. Tuttavia, se penso a lei che entra al Brek e punta diritto verso di me… non posso che pensare alla “bionda senza averne l’aria” di Autogrill.
“E questa che ci fa qui?”, mi chiesi, abbozzando un sorriso.
La sorpresa divenne subito imbarazzo. L’imbarazzo si fece presto brivido di felicità. E l’allegria venne ad abitare il mio cuore.
Lei mi si pose davanti. Aprì una borsa di pelle, rosso carminio. Ne estrasse un pacchetto. E me lo appoggiò sul tavolo.
“Spero che ti piaccia. Ora vado. Auguri, Maurizio”. Così come entrò, facendosi presenza dalla piazza veronese, allo stesso modo si dileguò.
Aprii il pacchetto. Ed ebbi un tuffo al cuore. Di là dal fiume e tra gli alberi, il romanzo di Ernest Hemingway che più amavi, era davanti a me.
L’avevo letto quando ero al liceo. Dovevo avergliene parlato. Ora ne avevo una nuova copia tra le mie mani.
E lei, bionda senza averne l’aria, dov’era finita?
Il regalo che si fa tempesta
Dopo il 53° secondo, quando le illusioni sono crollate come birilli nella sala da bowling, arriva il momento della verità.
Il secondo numero 54 è il tempo dello svelamento. Ci assale la rabbia. Ci sorprende la disperazione. Ci facciamo un viaggio nel Caribe.
Insomma, il 54° secondo è una tempesta – oppure un attimo di quiete – che ci compensa del cadere delle illusioni.
Durante il tempo delle illusioni – i 53 secondi – stiamo vincendo. Non possiamo perdere, quando ci illudiamo. Siamo noi i creatori della storia. Siamo noi il motore immobile divino che muove il Creato.
Poi, al 54° secondo, sbattiamo il muso contro il muro.
È allora di grande consolazione ricevere un dono. E se il regalo risuona con la nostra anima, ci accorgiamo di non essere più soli. E capita che ci innamoriamo.
Il tempo del dono
Quanto dura l’effetto di un regalo? Quella sera gelida di febbraio, il dono durò per ore e ore.
Mi accompagnò lungo la strada verso il lago di Garda, dove abitavo.
Mi si fece amico, nel mentre mi preparavo la tazza d’orzo caldo; e osservavo dal terzo piano l’acqua color petrolio del lago.
Mi coccolò mentre crollavo, vestito, sul letto della mia piccola casa solitaria, tra la chitarra Raimundo appoggiata in un angolo e i libri sul comodino.
Fu al risveglio, quando il sole non era ancora sbucato dalla collina alle mie spalle, che mi si presentarono i conti.
Mentre, assonnato, alzavo la tapparella che dava sul balconcino che dava sul lungolago di Torri del Benaco, vidi la busta.
Una scrittura dai tratti infantili, con inchiostro blu oltremare, indicava netta il mio nome.
Con gesti sonnecchiosi e automatici, aprii la busta.
Bastarono poche righe per cogliere il messaggio. Dopo il dono e la notte consolante, la cruda realtà mi si presentava davanti.
È una realtà che tutti abbiamo conosciuto. O siamo destinati a conoscere. È la realtà – al 54° secondo – di quella bestemmia etica che si chiama ingratitudine.
Maurizio F. Corte
(25 – continua)
*** Gli articoli sul “ciclo delle Illusioni” li trovi nella sezione Pratico di Nessuno™ di questo blog
- Maurizio F. Corte, giornalista professionista, scrittore per i media e media educator, è docente a contratto di Comunicazione Interculturale nei Media al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona e coordinatore didattico del Master in Intercultural Competence and Management
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