Quel giorno, a pranzo, Martina andò alla Osteria “Da Ugo”, con il suo fidanzato, a pochi passi dal balcone di Giulietta, nel centro di Verona.
Aveva un fidanzato turco, stando a quello che mi aveva raccontato. E voleva fare bella figura.
Le consigliai, così, le pietanze. E le consigliai un certo tipo di vino rosso Valpolicella Doc.
Qualche giorno dopo quel pranzo, Martina mi chiamò per ringraziarmi. E disse una cosa che mi mise di buonumore.
“Ho detto al titolare dell’Osteria Da Ugo che mi hai consigliato tu di andarci a mangiare. E che mi hai detto quali pietanze e quale vino scegliere. Ma loro non ti conoscono”, mi disse la mia ex studentessa al telefono.
Mi venne da sorridere. E con l’indulgenza di chi è stato il mentore di una giovanissima donna, le spiegai perché non mi conoscevano in quell’osteria tipica.
Le raccontai che non andavo in giro dicendo che ero un giornalista professionista, al giornale L’Arena di Verona. E che ero professore a contratto dell’università di quella città.
Di Martina mi ricordo sempre volentieri. Mi fece un bellissimo regalo, alla sua laurea in Scienze della Comunicazione, nella prima decade degli Anni Duemila.
Non accade quasi mai che una laureata o un laureato faccia un dono al proprio insegnante, per averlo seguito nella tesi.
Lei, invece, mi fece quel regalo. E tempo dopo altri due splendidi doni: uno lo conservo nella memoria; l’altro nella mia libreria.
Il peso dell’ingratitudine
La giovane Martina è un’eccezione, nella sequela di atti ingrati che ho avuto da ex allieve ed ex allievi.
Ho provato spesso la sgradevole sensazione di essere usato come si prende un bus: salgono alla fermata dove si trovano, ciucciano quello che c’è da ciucciare del viaggio, e poi scendono quando fa loro comodo.
Da tempo, allora, ho scelto la filosofia di vita… del lasciar accadere.
È giusto che ciascuno veda le conseguenze delle proprie azioni. Solo così, impara che le persone vanno trattate con rispetto e umanità.
“Agisci in modo da trattare l’umanità, così nella tua persona come nella persona di ogni altro, sempre insieme come fine e mai semplicemente come mezzo“.
Così scriveva Immanuel Kant, filosofo tedesco, nel libro Fondazione della metafisica dei costumi (del 1785).
Quel suo imperativo categorico lo porto sempre nel mio cuore.
Tuttavia, vi aggiungo anche un altro mio imperativo: “Fai in modo che le persone vedano le conseguenze delle proprie scelte e delle proprie azioni, a meno che quelle conseguenze non siano per loro letali”.
Al 54^ secondo, dopo la fine delle illusioni e al momento del verdetto, il peso dell’ingratitudine è uno degli altri stati d’animo che ci possono capitare.
I 53 secondi delle illusioni sono trascorsi. Il momento della verità è giunto.
Può accadere, allora, che si provi lo sconcerto di una delusione che è un preciso segnale: la tua generosità viene ripagata con sabbia gelida. E con silenzi incomprensibili.
Il gelo delle sabbie mobili
L’ingratitudine viene praticata dai maleducati e da chi è distratto; da chi non si interessa degli altri e pensa soltanto al proprio particulare.
Possiamo considerarla come la cifra distintiva di chi non conosce cosa significhi l’empatia.
L’empatia è una sorta di pensiero migrante, come lo definirebbe il pedagogista Luigi Secco, di cui mi onoro di essere stato allievo al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona.
Il pensiero migrante entra nella mente dell’altra persona. E lo fa non per manipolarla, ma per comprenderla. E tornare poi a se stesso arricchito.
Chi pratica l’ingratitudine, invece, si fa bellamente i cazzi suoi. E di migrare nella mente e nell’anima altrui non gli frega proprio.
Quando cogli l’ingratitudine, in una lettera di carta scritta a mano oppure in un messaggio mancato su Whatsapp, avverti la stessa sensazione che deve avvertire chi sprofonda nelle sabbie mobili.
Senti lo stesso gelo. Senti la stessa caducità dell’esistere. Senti che tutto sta sbriciolandosi; e che non ci sono più certezze.
È una sorta di buio dei sentimenti, che l’altra persona ti dipinge con il nero della disconferma.
È un buio, è un nero, è una notte senza luce alcuna.
È la notte – direbbe il filosofo tedesco Hegel, padre acuto dell’Idealismo – in cui tutte le vacche sono nere.
La luce dopo la notte tenebrosa
Quando l’ingratitudine – che è l’esatto contrario dei doni commoventi della giovane Martina – ci si para davanti, la notte quindi si fa buia e tenebrosa.
Il crepuscolo, quello che porta al mattino, è molto lontano.
La notte silenziosa e nera dura a lungo. Molto a lungo.
La notte resiste fino a quando, inattesa, ecco accendersi una luce. Un bagliore improvviso.
Ciò che mai ci saremmo attesi – il luminoso che ci appare – si materializza davanti a noi.
Proprio quando avevamo mollato ogni speranza. Proprio quando avevamo capito che era inutile attendere. Proprio allora… qualcuno ci illumina la notte.
Al 54^ secondo, quando il crollo delle illusioni ci aveva condotto nelle segrete stanze delle sabbie mobili, riecco accendersi la speranza.
Sentiamo, allora, una canzone salire dentro di noi. E dentro di noi si consolida la certezza che tutto può cambiare. Che tutto è ancora da giocare.
Maurizio F. Corte
(26 – continua)
*** Gli articoli sul “ciclo delle Illusioni” li trovi nella sezione Pratico di Nessuno™ di questo blog
- Maurizio F. Corte, giornalista professionista, scrittore per i media e media educator, è docente a contratto di Comunicazione Interculturale nei Media al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona e coordinatore didattico del Master in Intercultural Competence and Management
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